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Lo Stato asociale

Ricapitolando, un virus venefico si aggira per il mondo, e per fermarlo, visto che non c’è ancora una cura, ci viene fortemente raccomandato di adottare tutta una serie di comportamenti.

Poiché si rischia di non poter curare tutti negli ospedali è importante interrompere la catena del contagio, e per questo dobbiamo stare in casa, evitare spostamenti e viaggi e uscire solo per cose necessarie, come andare al lavoro – infatti non ho mai visto tante persone con tutta questa voglia di andare a lavorare.

Dobbiamo mantenere le distanze gli uni con gli altri ed evitare abbracci, strette di mano e contatti sociali in generale – insomma, è lo Stato che con la sua potestà autoritativa ti sta dicendo che non ti devi fare una vita.

Se proprio bisogna uscire, allora è meglio non prendere mezzi pubblici e andare con la propria auto, possibilmente uno in ogni veicolo – così quando finisce il Coronavirus non ci annoiamo e torniamo subito a parlare del surriscaldamento globale.

In Italia, poi, siamo socievoli di natura e fatichiamo a stare in casa, perciò il Presidente del Consiglio si è trovato a dover fare un decreto al giorno, con progressivi aumenti di limitazioni agli spostamenti e conseguenti modifiche alle autocertificazioni necessarie per muoversi – ormai me ne porto sempre una dietro anche quando mi sposto da una stanza ad un’altra, non si sa mai…

Ma a guardare meglio tutto ciò che ci sta succedendo da un altro punto di vista, si possono notare tante altre situazioni scatenate dall’emergenza sanitaria: la desertificazione della democrazia, il Parlamento esautorato, la sospensione di fatto dei diritti civili di cui agli artt. 13 e 16 della Costituzione. Insomma, ora Salvini starà pensando che per arrivare ai pieni poteri gli bastava semplicemente diffondere un virus nei mojito.

Comunque, nella tragicità della situazione, anche se è un esercizio difficile, bisogna pensare positivo: l’importante è che queste misure funzionino e che il virus venga sconfitto il più presto possibile, così potremo tornare alla normalità e a fare economia sui posti letto negli ospedali, arricchire gli influencer, far rifiorire le industrie delle armi e il lavoro nero.

 

Recensioni a piede libero

Recensioni a piede libero – L’ITALIA: UNA SOCIETÀ SENZA STATO?

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Il libro “L’Italia: una società senza Stato?”, pubblicato nel 2011, è stato scritto da Sabino Cassese, giurista e membro emerito della Corte Costituzionale, che ha dedicato diversi saggi a questioni di diritto pubblico e amministrativo, e più di recente ai problemi degli Stati e delle democrazie moderne.

Sabino Cassese, classe 1935, figura di spicco nel panorama giuridico e accademico non solo italiano, è sicuramente tra i primi della lista renziana dei professoroni gufi di cui diffidare e, di conseguenza, è presente altrettanto sicuramente nella lista dei possibili candidati a cui Bersani pensa per le prossime elezioni.

Il libro propone un quadro dei problemi di cui ha sofferto nel tempo l’Italia a causa di una debolezza intrinseca dello Stato amplificata da una serie di insane prassi pubbliche e private, come il diffuso atteggiamento di mediocrità e approssimazione; come conseguenza, il nostro senso civico ha stentato a svilupparsi, anche perché privo di un valido supporto delle Istituzioni, spesso corrotte e non credibili (allegria…).

In questo agile volume, che si presta anche come oggetto contundente all’indirizzo di politici o burocrati una volta finito di leggerlo, Cassese illustra nel dettaglio quali sono secondo lui le situazioni che hanno impedito la formazione in Italia di uno Stato serio e compiuto, tra cui l’estraneità della maggioranza del Paese alla gestione dello Stato,  la sovrabbondanza di norme e deroghe, la mancata imparzialità dei vertici amministrativi, la nascita di Canale 5.

Insomma, una lettura consigliata per entrare in profondità in questioni che possono sembrare distanti, ma che in realtà ci toccano molto da vicino e ci mostrano come i nostri problemi attuali abbiano origini remote, mentre è sconsigliabile per i soggetti con patologie epatiche.

All’inizio della prima puntata della prima stagione di House of Cards, Frank Underwood, ancora deputato del Congresso degli Stati Uniti, dice di sé che il suo lavoro è sostanzialmente quello di “…pulire i tubi e continuare a far scorrere il liquame…”; questa affermazione, tralasciando l’accezione brutale del caso e calandola nel funzionamento degli apparati statali, trova effettivamente riscontro nelle difficoltà e nelle lungaggini del portare a conclusione procedimenti di qualunque tipo nel pieno rispetto della legge, tra ostacoli, intralci e labirinti, dovuti anche ad eccessi burocratici accumulatisi nel tempo.

Ricollegandosi al libro, si può dire che, finché in Italia si cercherà di superare l’inefficienza e il malaffare lasciando lo Stato nelle mani di chi ha altri interessi privati o con norme che consentono l’illegalità, non si otterrà altro risultato se non appesantire il fardello degli onesti e offrire altre scappatoie per i soliti profittatori (oltre ad ingrossare le fila dell’astensionismo e il portafoglio di Giletti).