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Recensioni a piede libero: IL LINGUAGGIO AMMINISTRATIVO

Ci avrete sicuramente fatto caso che, quando leggete un atto amministrativo o comunque entrate in contatto con la pubblica amministrazione, anche se il testo con cui si ha a che fare è scritto in un italiano perfetto, la mente finisce spesso per fare una specie di traduzione simultanea da un’altra lingua, un po’ come quando parla Di Pietro.

Il ‘problema’ del linguaggio amministrativo è affrontato in maniera illuminante nel libro “Il linguaggio amministrativo – Principi e pratiche di modernizzazione” (2021), da parte di un esperto della materia, il linguista Michele Cortelazzo.

Il volume analizza la questione dal punto di vista descrittivo, storico e teorico, mostrando come quello che forse un tempo era inteso come linguaggio di prestigio sia in realtà diventato un’antilingua, come la definì Italo Calvino.

Infatti, l’effetto straniante di una scrittura inutilmente complicata quanto la macchina burocratica da cui proviene, escludente come una ZTL estesa a tutta una città, viene da lontano e permea i vari livelli dell’amministrazione, dalla scuola alla giustizia, al punto che un Ministro non si rende neanche conto di aver chiamato “carico residuale” un gruppo di migranti che non sono stati fatti scendere da una nave.

Da questo punto di vista, fatta la premessa che un certo grado di complessità è ineliminabile visti i tanti ambiti di attività delle amministrazioni pubbliche, il lavoro di Cortelazzo entra nel merito, elencando casi specifici di costrutti astrusi o insensati ma ampiamente utilizzati e perifrasi che si potevano evitare utilizzando termini più concisi nella forma e nel significato.

A rifletterci bene, infatti, che bisogno c’è di dire “si prega di voler prendere atto”, “l’ordinanza viene trasmessa e comunicata”, “dare corso all’apertura”, “clientela in partenza da stazione impresenziata”, “allegando eventuali evidenze documentali”, o altre formule che sembrano prese a caso da un discorso di Elly Schlein, quando con meno parole o con parole più efficaci si può esprimere il concetto anche in maniera più aderente e significativa? Evidentemente, come per il cibo, anche con le parole noi italiani cerchiamo di abbondare per mostrare agli altri che non ci mancano, invece di usarle meglio.

Interessante è anche il paragrafo dedicato alla lingua delle leggi, dove sono più evidenti i cortocircuiti cui si rischia di andare incontro, tra termini tecnici e rimandi ad altre leggi che fanno andare in confusione gli stessi parlamentari che le approvano (e che forse per questo sono ben lieti quando si pone il voto di fiducia); clamoroso è l’esempio fatto dall’autore in cui una definizione citata in un decreto legislativo tramite richiamo ad un’altra legge si perde in progressivi rinvii ad altre norme, senza che alla fine si riesca a capire di cosa si tratti.

Appare dunque di grande attualità la necessità di una semplificazione, non solo legislativa ma anche linguistica; l’autore, infatti, se ne fa portavoce con una serie di esempi e suggerimenti che hanno l’obiettivo di mettere al centro chi legge, così da rendere più chiari i testi che entrano ogni giorno nelle nostre vite senza portare ad un impoverimento lessicale, nel quale, per altre ragioni, statisticamente stiamo comunque scivolando (indipendentemente dal fatto che nei verbali di polizia si scriva “nelle prime ore antimeridiane constatavo l’avvenuta effrazione” per dire che in mattinata ho subito un furto).

Post scriptum: al termine di questa recensione mi sono reso conto di aver impiegato svariati incisi e locuzioni che nel tomo dianzi esposto sarebbero stati tacciati di ingiustificato usufrutto e pomposa prolissità, foriera di nascondimento dell’accezione intrinseca dell’eloquio. Nel chiedere venia per il verificarsi del disservizio, si resta a disposizione di codesti lettori porgendo i più cordiali saluti.

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